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Dolomiti: appassionarsi della loro geologia
La geologia delle Dolomiti
Quando dopo un’escursione, mi siedo proprio lì nell’angolo della Stüa di un rifugio e mi disseto con una bibita, il mio sguardo torna sulle pareti di roccia incorniciate dalla finestra. Ancora i miei occhi si riempiono di meraviglia.
So che lo stesso sentimento colpisce chiunque. Probabilmente è sempre lo stesso dalla preistoria, quando l’uomo saliva quassù per cacciare.
Quando assieme agli escursionisti e appassionati percorro i sentieri, scopro come queste montagne anche a chi non è geologo riescano a rivelare la loro storia antica. O perlomeno a far intuire che il loro aspetto odierno è la sintesi di milioni di anni trascorsi.
Mi ricordo le estati passate sulle Alpi Carniche per la tesi di laurea. Quando rientravo nel rifugio che mi ospitava, appoggiavo la schiena alla stufa. A fianco lo zaino adornato di martello, qualche pezzetto di roccia e il mio taccuino lasciavano intuire che cosa facessi lì. Il gestore del rifugio era comunque pronto a chiarire ogni dubbio. Ed ecco che gli escursionisti arrivavano con osservazioni e domande molto accurate riguardo al paesaggio che avevano appena percorso. Per me era incredibilmente bello come la geologia si dimostrasse appassionante e non ostica come appare in un primo momento.
Dalla comune raccolta di qualche bel ciottolo o frammenti di roccia, non è raro infatti imbattersi in quelli che custodisco-no fossili. Conchiglie a spirale o a forma di cuore, comunque tracce di vita che tutti interpretano come marina. Su questo nessuno può discutere, sul perché le troviamo sulle cime a oltre 2000 metri invece si deve un po’ riflettere.
A chi segue le escursioni geologiche consiglio sempre di osare un po’ con la fantasia, perché più indietro nel tempo si va, più immaginazione serve.
Fortunatamente menti brillanti di geologi curiosi di natura che ci hanno preceduto come Giovanni Arduino, Déodat de Dolumieu, Ferdinand Freiherr von Richtofen, May Ogilvie Gordon, hanno posto le basi alla comprensione dell’origine di queste montagne. E dalla ricerca scientifica deriva anche il nome Dolomiti, dedotto dalla scoperta di un tipo di roccia che accomuna numerose vette di questo territorio.
Ogni volta che con qualche goccia di acido cloridrico faccio notare la differenza tra la roccia “dolomia” e la roccia “calca-re”, ripeto l’esperimento con cui Arduino prima, e più tardi lo stesso Dolumieu hanno scoperto la dolomia. Un apparente calcare, che risulta più duro e non reagisce così vistosamente alla soluzione acida.
Ma torniamo al perché ci sono i fossili di conchiglie, alghe, spugne, coralli, denti e vertebre di rettili marini, impronte di grossi rettili terrestri su spiagge fossili, resti di piante, gocce di ambra, etc... quassù.
Anche qui l’intuito e l’osservazione possono aiutare molto. Cito per esempio Ferdinand von Richtofen. Negli anni in cui Darwin pubblica gli scritti sulle isole tropicali e le barriere coralline, il giovane geologo Richtofen arriva in Dolomiti. Nel 1860 esplorando il Setsass intuisce che si tratta di una scogliera fossile. Il Setsass è simile ad altre cime dolomitiche, che in-sieme disegnano un arcipelago di isole tropicali fossili. Guardando il territorio su una carta geografica oppure su Google Maps in quest’ottica le isole di un tempo sono riconoscibili. Isole perfettamente conservate! Interi edifici di scogliera tropicale sono visibili in sezione, permettendo di osservare la geometria delle antiche barriere e i passaggi verso il mare più profondo. Possiamo anche ammirare antichi filoni di lava, camminare su strati di ceneri vulcanica o cercare ametiste tra i “cuscini” di lava di eventi vulcanici che hanno disturbato l’arcipelago nel periodo Triassico.
Perché tropicali? I tipi di organismi fossili che si trovano ci ricordano ambienti di clima caldo, tropicale. Inoltre, serve ricordare che fino a circa 200 milioni di anni fa esisteva un solo grande continente chiamato Pangea. L’ area dolomitica si trovava circa al centro, a largo o sulla costa orientale.
Guardandosi attorno e vestendo una buona giaccia anche in agosto... la domanda successiva dell’escursionista solitamente è: come hanno fatto le terre spostarsi dall’area tropicale fino a qui? Abitare in un Paese sismico e vulcanico perlomeno aiuta a capire che la Terra è un pianeta dinamico. È costituito da un sottile involucro, la crosta terrestre, fatto da pezzi che sono in movimento continuo. Ecco che in tempi lunghissimi le aree possono migrare da sud a nord.
I pezzi, chiamati placche tettoniche, possono anche scontrar-si. È il caso dell’orogenesi alpina: la collisione tra la placca africana e quella europea, sollevò queste antiche coste e fondali marini fino a oltre 3.000 metri di quota. Le antiche scogliere divennero montagne. E anche questo evento lo possiamo no-tare percorrendo la Val Badia e osservando gli strati rocciosi piegati come se fossero stati di plastilina.
E così la trama si fa sempre più chiara. Il paesaggio svela sempre di più i suoi segreti. Infatti, la sua morfologia che sempre salta all’occhio dell’escursionista è un altro approccio intuitivo. La varietà delle forme del paesaggio dipende dal tipo di roccia sulla quale l’erosione e le glaciazioni hanno lavorato nel tempo. La varietà dei tipi di rocce dipende dagli ambienti e fenomeni che si sono susseguiti nei milioni di anni.
Si chiama diversità geomorfologica che vediamo attraverso: torri verticali, altipiani tabulari, vallate ampie, morbidi prati e conche glaciali. Alcuni esempi? Altipiani come il Puez o Fanes, torri isolate come possiamo osservare alla forcella Cir, valli profonde modellate dai ghiacciai quaternari come la Val Chedul o la Val Lunga.
E così al caldo della Stüa la geologia diventa alla portata di tutti. Vi invito, lettori e lettrici, a osservare il paesaggio incorniciato dalla finestra, a contemplarlo come se fosse un quadro. E se noterete qualche fossile o minerale lungo il cammino, o appoggiati su un qualche ripiano dei rifugi d’alta quota, spendete qualche minuto per osservarli con cura.
Vi posso assicurare che non sono “solo” semplici sassi...
Rossana Todesco vive nelle Dolomiti, in Alta Badia. Ha sempre coltivato le sue passioni per le rocce, la montagna e gli animali. Per questo si è laureata in geologia, ha lavorato in un museo di scienze naturali e oggi gestisce con il marito l’azienda agricola di famiglia in montagna. Ama condividere il territorio attraverso escursioni guidate e visite didattiche alla fattoria.