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Rait de San Linert

Una comunità che cavalca il tempo

Pubblicato il 26.06.2026

9 novembre 2025. Badia. Il cielo novembrino è straordinariamente terso, questa mattina. L’aria è frizzante, è ormai autunno inoltrato, quassù nella valle. Eppure, il sole così luminoso e il blu senza nuvole, al-lungano ancora un po’ la distanza dall’in-verno che presto arriverà ad imbiancare prati e cime. Il paese è in fermento e io decido di arrivare presto, per conquistare un buon posto in prima fila e non perdere nulla dello spettacolo che sta per iniziare. Capisco subito, dai volti sorridenti delle persone che mi circondano appena uscite dalla Santa Messa, e dall’elettricità che vi-bra nell’aria, che, essere presente alla Cavalcata di San Leonardo, nel suo venticinquesimo anniversario, significa assistere non tanto a un evento, quanto a una forma viva di memoria collettiva.

Nata per onorare San Leonardo, patrono degli animali e dei contadini, il Leonardiritt – in ladino Rait de San Linert – è oggi molto più di una sfilata. È una manifestazione densa e complessa, capace di intrecciare cultura, agricoltura, musica, enogastronomia, ma soprattutto spirito comunitario. E l’edizione a cui sto per assistere, ha un valore ancora più simbolico: non solo celebra i 25 anni della cavalcata, ma coincide anche con i 700 anni dalla prima menzione scritta del paese di Badia. Una doppia ricorrenza che restituisce il senso profondo del tempo lungo di questa valle, fatto di continuità, trasformazioni lente e radici solide.

I protagonisti, quindi, restano loro: 200 cavalli, tra Norici e Haflinger, accompagnati da allevatori provenienti da tutto l’Alto Adige e dalle valli ladine. Animali che, per secoli, han-no rappresentato una presenza indispensabile nella vita quotidiana in montagna. Prima della meccanizzazione agricola, erano infatti fondamentale forza lavoro, mezzo di trasporto, compagni silenziosi delle giornate nei campi e nei boschi. Lo racconta con lucidità e affetto Manfred Canins, cuore e mente della manifestazione e da sempre legato a questo mondo rurale: “Quando avevo sedici anni mio zio si fece male e dovetti portare tutto il fieno in casa con il cavallo. È un ricordo che mi è rimasto dentro per tutta la vita”. Un ricordo personale che diventa memoria condivisa. Perché il rapporto tra uomo e ca-vallo, in queste valli, non è mai stato accessorio ma piuttosto struttura portante di un intero sistema di vita.

La tradizione equestre in valle è antica e radicata. La prima associazione locale di allevamento di cavalli risale al 1904, segno di quanto questa presenza fosse diffusa e sentita nel territorio. Nel tempo i cavalli hanno accompagnato anche lo sviluppo turistico: prima della costruzione delle strade moderne, i primi visitatori raggiungevano le località della valle in carrozza o con la slitta trainata da cavalli. Oggi il loro ruolo non è più legato al lavoro agricolo quotidiano, ma rimane vivo nella cultura locale attraverso l’allevamento, le attività sporti-ve e le manifestazioni tradizionali. In Alta Badia operano due associazioni di allevatori dedicate alle principali razze della zona: i Norici, cavalli robusti da tiro che nel 2024 hanno celebrato i 120 anni dell’associazione Val Badia, e gli Haflinger, riconoscibili per il mantello chiaro e la criniera bionda, – per i quali è stato avviato il processo di riconoscimento come bene immateriale UNESCO. È, dunque in questo contesto culturale che si inserisce il Leonardiritt, una delle manifestazioni equine più significative in Alto Adige.

La Cavalcata di San Leonardo nasce da un’intuizione semplice, quasi spontanea. A raccontarlo è Enrico Nagler, Presidente della manifestazione e tra gli ideatori, 25 anni fa: “L’idea è partita dal consiglio parrocchiale. Mia sorella Maria un giorno mi disse: perché non facciamo qualcosa con i cavalli, visto che San Leonardo è il loro patrono (la chiesa parrocchiale di San Leonardo a Badia, è consacrata ai Santi Leonardo e Giacomo ndr)? E così abbiamo iniziato. Prima in piccolo, con solo 14 cavalli, senza sapere bene cosa aspettarci”. Un inizio essenziale, quasi intimo. Un giro del paese, una benedizione, un po’ di musica. Nulla di spettacolare, ma già carico di senso. Da lì, anno dopo anno, la manifestazione è cresciuta in modo organico, seguendo l’interesse e la partecipazione della comunità. “All’inizio non sapevamo nemmeno se rifarla l’anno dopo”, continua Nagler. “Poi abbiamo visto che alla gente piaceva, che c’era interesse. Così l’abbiamo aperta prima a tutta la valle, poi alle altre valli ladine, e infine a tutto l’Alto Adige”.

Oggi, dopo più di un ventennio, i numeri sono completamente diversi: si arriva a sfiorare i 200 cavalli e migliaia di spettatori. Eppure, ciò che colpisce è che l’anima dell’evento, in fondo, è rimasta invariata. “È prima di tutto una giornata di festa e di convivialità”, spiega Canins. “Un momento per stare insieme prima dell’inizio della stagione invernale, quando la valle entra nel periodo più intenso”. Non si tratta di un evento costruito per il turismo, ma di una celebrazione che nasce dalla comunità e per la comunità. Il coinvolgimento è totale: il consiglio parrocchiale, le associazioni contadine, i gruppi in costume tradizionale, le bande musicali, i vigili del fuoco. Ognuno con-tribuisce, in modo concreto, alla costruzione di questo momento collettivo. Ed è proprio questo radicamento a renderla unica. In un territorio oggi fortemente connotato dal turismo internazionale, il Leonardiritt diventa un gesto di ritorno alle origini. “È un momento per ricordarci che veniamo da lì”, osserva Canins. “Anche se oggi molti di noi lavorano nel comparto turistico, in fondo restiamo sempre figli di contadini”.

Il cuore pulsante della giornata è la sfilata, un lungo corteo che attraversa il paese tra cavalli, carrozze decorate e costumi tradizionali. A colpirmi, appena uomini, donne, bambini e caval-li iniziano a sfilare davanti ai miei occhi sono due cose. Da un lato, la meraviglia dei dettagli: criniere perfettamente intreccia-te e decorate con mazzetti di fiori, nastri colorati annodati con sapienza, imbragature in pelle decorate finemente con l’antica pratica del ricamo con rachide di pavone, gonne e grembiuli in raso adagiati in modo quasi pittorico sul dorso del cavallo per non intralciare la cavalcata femminile, cappelli che sembrano sculture... Tutti, persone e animali, sono vestiti a festa, con i segni tangibili di una tradizione tanto sentita, cuciti addosso. Dall’altra, quel che forse ancor più mi cattura, è la gioia e la fierezza che si leggono negli occhi di tutti coloro che stanno marciando ordinatamente, eppure festosamente, davanti a me.

Non può mancare la musica, naturalmente: bande musicali accompagnano il ritmo lento della parata, che tra poco arriverà al suo culmine. Canins descrive così uno dei momenti più intensi: “Quando arrivo alla prima curva e vedo tutta la strada piena di cavalli e migliaia di persone ai lati, quello è il momento che mi rimane più impresso. È il risultato del lavoro di un anno intero”. E poi, improvvisamente, arriva il silenzio. Quello della benedizione. È il momento più atteso e, forse, il più autentico. Lo racconta Nagler: “Durante la benedizione c’è un silenzio unico. Si vede che tutti sono emozionati. Anche per noi organizzatori è un momento forte, perché con gli animali non si sa mai, e speriamo sempre che vada tutto bene”. In quel silenzio si concentra il senso profondo della manifestazione: una comunità che si raccoglie, che riconosce le proprie radici, che celebra un legame antico tra uomo, animale e territorio.

Accanto alla dimensione rituale, la Cavalcata è però anche una festa. Il programma si sviluppa tra musica – dalle bande locali a concerti di cantanti del territorio – danze tradizionali, gastronomia ladina e informali e sinceri momenti di incontro. Le contadine della valle preparano tutres, zuppa d’orzo e fortaies, che vendono per beneficenza. Queste ricette, oltre a raccontare una cultura culinaria che è parte integrante dell’identità locale, sono anche un pretesto ulteriore per passare un momento insieme, assaporandone il gusto antico, il profumo genuino, la consistenza deliziosa. Non posso certo non lasciarmi conquistare anche io da queste bontà, che diventa-no il mio pranzo di questa giornata festosa ma anche un ricco bottino da portare via con me, stasera, quando tornerò in città. Ritrovare questi sapori, nei prossimi giorni, sarà un modo per rivivere questi momenti e sentirmi anche io ancora per un po’ parte di questa comunità così aperta e coesa.

Dopo la solennità della sfilata e la leggerezza del pasto, è il tempo della competizione. Negli ultimi anni, infatti, alla complessità del Leonardiritt si sono aggiunti anche nuovi elementi, come il Trofeo Leonardi, ispirato alle competizioni equestri alpine (come la celebre Oswald von Wolkenstein Ritt che si svolge ogni anno a Fiè allo Sciliar), che introduce una dimensione più dinamica e spettacolare. Alcune squadre, maschili e femminili, si sfidano in una gara di agilità e destrezza, che rapisce l’attenzione e fa esultare i “tifosi”. Un momento quasi catartico, che completa perfettamente il ritmo intenso di questa giornata. E questa recente aggiunta nel programma è un segno di come la manifestazione continua a evolversi senza perdere coerenza. Perché, in fondo, la sua forza sta proprio qui: nella capacità di crescere restando fedele a sé stessa. Di accogliere senza snaturarsi. Di trasformarsi mantenendo un centro saldo.

“Vediamo anche tanti giovani che ci si avvicinano” – conclude Canins. “Finché ci sarà questo spirito, la manifestazione continuerà”. E guardando quella lunga fila di cavalli che attraversa il paese, mi viene naturale credergli. Perché qui in Alta Badia la tradizione non è un’immagine da conservare, ma una pratica viva. Un movimento. Un ritmo condiviso. Proprio come questa cavalcata, che da ormai più di venticinque anni continua a raccontare – trotto dopo trotto – la storia di una comunità.

Anna Quinz è direttrice creativa e cofondatrice dello studio di comunicazione e casa editrice franzLAB, oltre che di franzmagazine.com, magazine dedicato alla cultura alpina contemporanea. Da anni si occupa di marketing territoriale ed editoria, con un’attenzione particolare alla narrazione delle montagne e del turismo alpino.

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