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Il lago d’argento
Leggende da leggere
Al di sopra di Canazei, la via delle Dolomiti passa sul verde Col di Rone e offre una magnifica vista della valle sottostante, di Delba e dei monti di Contrìn. Sotto il colle si apre una vasta conca coperta di ricchi pascoli, sicuramente l’antico bacino di un lago. Ancora oggi gli abitanti del luogo ricordano che un tempo vi crescevano le canne, da cui il nome di Canazei (canneto). In effetti in un tempo molto remoto un lago c’era stato e veniva chiamato Lec d’Ardjènt (Lago d’argento), perché si narra-va che sul suo fondo era nascosta una gran quantità d’argento. E la gente credeva che quel tesoro provenisse dall’Aurona.
Da molto tempo il re dei Fanes bramava accumulare un gran-de tesoro per la corona. Più di una volta aveva tentato di penetrare nell’Aurona, ma non era mai riuscito a trovarne la porta, ormai completamente nascosta sotto la terra franata. Avendo sentito parlare del Lago d’argento, si recò in Val di Fassa col suo seguito e con Dolasilla, diventata ormai una bella fanciulla, per cercare di ripescare il tesoro. Per il suo progetto fece costruire alcune barche e fece frugare il fondo del lago con pertiche uncinate. Fu tutto inutile: il bianco e silenzioso lago non rivelò il suo segreto.
Un giorno, alcuni uomini del seguito del re scoprirono sul declivio del monte a nord del lago le caverne chiamate Foppes d’Ardjènt (Fosse d’argento), in una delle quali trovarono pesanti barre d’argento, gioielli preziosi e una piccola scatola, anch’essa d’argento, che conteneva un lembo di pelle bianca e un po’ di polvere grigia. Il re stava ammirando con grande soddisfazione gli oggetti ritrovati quando tre nani uscirono dalla montagna e lo scongiurarono di non privarli del loro tesoro, poiché avevano lavorato e stentato tutta la vita per accumularlo. Quando videro che il re rimaneva impassibile e faceva insaccare oro e gemme per portarli via, lo supplicarono di la-sciare loro almeno la scatoletta con la pelle e la polvere, rinunciando a tutto il resto.
"Dunque, la scatola è la cosa più importante”, disse il re. “Prendila tu, Dolasilla, e custodiscila con cura.”
La principessa ubbidì, anche se i tre omini le facevano compassione. Ma mentre prendeva la scatola, si accorse dello sguardo di minaccia che uno dei nani lanciava al re, uno sguardo così cattivo che Dolasilla ne ebbe paura. Il re non se ne accorse. Uscì con i suoi uomini dalla caverna e prese la strada di Penìa, passando ai piedi delle montagne a nord di Canazei. Nel punto dove fra monte e fiume lo spazio si fa più stretto, la via gira intorno a uno spigolo di roccia tagliente chiamato Crepa de Ronc. Giunta in quel punto, Dolasilla si fermò. Durante tutto il tragitto era stata tormentata dal timore di una vendetta dei nani contro suo padre. Aveva quindi preso la decisione di restituire loro la scatoletta, per evitare al re qualche terribile disgrazia. E quel punto della strada le parve il più adatto per tornare indietro inosservata. Rifece quindi la via già percorsa, finché nel bosco incontrò i tre omini che piangevano così forte da impietosire chiunque. La principessa sentì una fitta di pietà mista a compassione stringerle il cuore. Si avvicinò timidamente e disse: “Ecco, riprendetevi la vostra scatola e non siate in collera con noi”.
Il dolore dei nani si trasformò in gioia smisurata. Ridendo dal-la contentezza, presero la mano di Dolasilla e le manifestarono la loro riconoscenza. Poi uno di loro le disse: “Visto che sei tanto buona, ti preghiamo di venire con noi fino al lago e di gettarvi dentro la polvere grigia della scatoletta, perché noi non possiamo farlo”.
La principessa seguì i nani e fece quello che desideravano. Felici, gli omini le dissero: “Ora il tesoro che è nel fondo del lago comincerà a fiorire. E noi, grazie a quella polvere, siamo liberati dall’incantesimo che ci legava e possiamo tornare ai nostri monti. Come prova della nostra gratitudine, ti regaliamo la scatola e il pezzetto di pelle. Fanne una corazza, perché tu diventerai una guerriera forte e gloriosa come nessun’altra. Fino al giorno delle tue nozze avrai una forza sovrumana. Una volta sposata, sarai una donna come tutte le altre. E tieni a mente una cosa, principessa: la tua corazza sarà bianca come la vetta della Marmoleda. Ma se un giorno dovesse cambiare colore, quel giorno stesso non andare a combattere!”
Ciò detto, i nani sparirono nel fitto bosco di abeti che sale ver-so il Col di Tena.
Karl Felix Wolff, nato nel 1879 a Karlstadt, in Croazia e morto nel 1966 a Bolzano, era figlio di un anziano ufficiale austriaco originario di Troppau e di una madre di nobile discendenza ladina proveniente dalla Val di Non. Dal 1881 fino alla sua morte visse ininterrottamente a Bolzano. Cresciuto dal padre, fu un folklorista autodidatta e lavorò professionalmente come giornalista. Il suo patrimonio letterario è gestito dall’Istituto di Ricerca Archivio del Brennero di Innsbruck. Una lettura critica delle Leggende delle Dolomiti di Karl Felix Wolff è stata pubblicata da Ulrike Kindl.